Lorenzo Mazzucchi
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Come scoprire cosa vuoi dalla vita e trovare significato

· Lorenzo Mazzucchi

Questo testo non è per tutti.

Non è per chi cerca una scorciatoia.
Non è per chi non vuole mettersi in discussione.
Non è per chi non ha tempo da dedicare a se stesso.

E non è per te se sei in un momento della tua vita in cui tutto è perfetto.

Questo testo racchiude delle risposte a domande molto profonde a cui spesso diamo poco peso.

Domande che alcuni di noi ignorano per tutta la vita, senza mai provare a dare risposta.


A un certo punto della mia vita, ho deciso che il costo di continuare ad azzittirle era troppo alto.

Il risultato è stato incredibile.


In questo testo troverai le stesse identiche azioni che ho messo in pratica per rispondere a queste domande.


"Perché mi sento perso anche se non mi manca niente?"

"Come faccio a capire cosa voglio davvero?"

"Perché non mi sento realizzato in quello che faccio tutto il giorno?"

"Come si fa a dare un senso a tutto questo?"

"Voglio davvero vivere lo stesso giorno, a loop, fino al mio ultimo respiro e chiamarla vita?"


Se te ne sei fatta almeno una, sto scrivendo a te.

Il quaderno che mi ha accompagnato in questo percorso
Il quaderno che mi ha accompagnato in questo percorso.

Ti do un minimo di contesto.

Negli ultimi anni ho ribaltato la mia vita.

Non quel tipo di cambiamenti che si vedono aprendo il conto in banca, il garage o la porta di casa.

Mi riferisco a una svolta molto più profonda, interiore, a parer mio molto più importante.

Non ho screenshot di conti in banca milionari da farti vedere, ma ho qualcosa che per me vale molto di più.

Sono passato da un'esistenza passiva, subita, a una vita piena, vissuta, felice.

A parità di problemi.


Hai presente quella sensazione che senti la domenica pomeriggio e peggiora man mano che il lunedì si avvicina?

Quando suona la sveglia e devi inserire il pilota automatico per disinserirlo solo alla sera quando riapri la porta di casa?

Sono cose molto comuni nelle vite di tutti noi, e non è detto che questo sia un problema per tutti.


Certe persone cercano proprio questo tipo di stabilità.
Certe persone non amano farsi domande.
Certe persone stanno bene così.


Per quanto mi riguarda,

ho vissuto in questo loop e so molto bene cosa si prova a non essere quel tipo di persona.

A sentirsi stretti la vita che qualcun altro ti ha cucito addosso.

A sentirsi obbligati a percorrere percorsi convenzionali, "standard" perché "funziona così".

Perché "la vita è questa".


Ho quindi deciso di fare qualcosa invece che lamentarmi.

Ho realizzato che purtroppo nessuno, davvero nessuno sarebbe venuto a tirarmi fuori da lì se non me stesso.

Sembra una di quelle frasi fatte che trovavi su Facebook nel 2018 ma non c'è niente di più vero.


E ora posso felicemente dire che queste sensazioni non le sento più da qualche anno.


È stata una svolta talmente importante che ho deciso di metterla per iscritto, per chi in questo momento sta dove stavo io.


Su questa roba ho letto parecchio, e quasi tutto quello che ho trovato ricadeva in queste categorie:


Te lo devo dire.

Non ho un metodo da venderti.

Non ho un corso, non ho una formula, e non sono diventato nessuno di così importante.


E forse questo rende ciò che ti sto raccontando ancora più vero. Più genuino.


Quello che ho è un resoconto. Le cose che hanno funzionato su di me, che ho poi visto funzionare anche su qualcun altro, messe in fila nell'ordine esatto in cui le ho fatte.

Con dentro gli errori, perché quelli mi hanno rubato più tempo di tutto il resto.


Insomma, io non sono per niente arrivato.

Sto ancora camminando, come te, e alcuni di questi passaggi li rifaccio ogni anno perché le risposte cambiano.


Nonostante questo però,
la situazione in cui mi ritrovavo nel 2023 non c'è più.

È questa la grande conquista.


Cosa è successo nel 2023?


In quegli anni ero arrivato ad avere una vita che sulla carta funzionava.

Lavoro stabile, stipendio che arrivava ogni mese, un tetto sulla testa. Niente di cui potessi lamentarmi ad alta voce senza sembrare uno che fa i capricci.

Avevo addirittura un progetto musicale che mi ha portato a suonare su palchi enormi, con alcune delle band che da adolescente ascoltavo.
(Placebo, Offspring, Pearl Jam, per citarne alcuni)

E no, non mi ha risolto niente.

La band di Lorenzo sul palco, in apertura ai Placebo
La mia band in una delle date che abbiamo fatto in supporto ai Placebo.


Ogni sera tornavo a casa con addosso una cosa che non riuscivo a nominare.


Non stavo male in modo drammatico. Stavo male in modo silenzioso, che secondo me è peggio, perché non ti dà nemmeno una ragione decente per muoverti.

Se ti va tutto storto almeno sai da dove partire.

Se ti va tutto più o meno bene e stai male comunque, l'unica spiegazione che ti resta è che il problema sei tu.


Io me la immaginavo come una spia accesa sul cruscotto. Non ti dice cosa è rotto. Ti dice solo che qualcosa lo è, e che continuare a guidare facendo finta di niente è una scelta che stai facendo.


Se sei arrivato fin qui la tua probabilmente è accesa.


Magari per te è il pensiero di licenziarti, che torna ogni domenica sera e sparisce il giorno dello stipendio.

Magari è la sensazione di essere in ritardo su una tabella di marcia che non hai mai scritto tu.

Magari è solo quella domanda che ti arriva mentre guidi, e a cui non rispondi.


A me arrivava ogni volta che staccavo ed ero a contatto con la natura, un giro in montagna, un'avventura in un posto nuovo.

Ogni volta in cui l'azienda mi ridava in mano la mia vita per 14 giorni per poi riprendersela a fine agosto.


Comunque si presenti, il fatto che tu stia leggendo un testo lungo su questa cosa invece di chiudere la scheda mi dice che questa spia non l'hai ancora spenta.


Quelle cinque domande di prima me le facevo esattamente da lì dentro. E per un bel pezzo me le sono fatte nel modo sbagliato, che è il motivo per cui non ne uscivo.


Adesso ti avverto, così decidi ora invece che a metà.


Questo pezzo è lungo, e alla fine non ti resta una frase da salvare. Ti restano sette cose da scrivere.


Non tre riflessioni da fare in auto mentre torni da lavoro. Sette cose, scritte, che ti prendono delle sere.


Un investimento sulla qualità della tua vita.


Un tasto pausa che puoi premere per capire se nel loop in bianco e nero di tutti i giorni si possa inserire del colore.


Se stai cercando le tre domande che sistemano tutto in un pomeriggio, te lo dico subito che qui non ci sono, e fai prima a chiudere adesso.


Se sei disposto invece a fare qualcosa in modo attivo, ti consiglio di proseguire. Ma dovrai impegnarti.

Non esiste una via breve.

Ma questo è ciò che rende l'arrivo ancora più incredibile.

Un guru ti direbbe che basta un fine settimana.

A me ha preso circa due anni.


Se mi segui attentamente fino alla fine, per te sarà un corso accelerato di una manciata di minuti che potrai applicare da subito per le prossime settimane.


E mi auguro che ti cambierà la vita come è stato per me.


Bene. Andiamo avanti?


Quello che ti scrivo qui sotto son le azioni, nell'ordine esatto, che ho messo in atto per uscire dalla situazione che ti ho descritto.

Cinque passaggi, in questa precisa sequenza.


E ti dico subito la cosa che va contro ciò che probabilmente stai pensando adesso.

Non ti serve trovare la tua vocazione.


Quella è la favola che ti tiene fermo. Aspetti che arrivi la cosa per cui sei nato, quella che quando la trovi lo capisci, e intanto passano gli anni.

Nel frattempo ti convinci che il problema sia tu: che non hai un talento vero, che non ti appassiona niente abbastanza a lungo, che gli altri l'hanno capito e tu no.


Ti dico come la vedo io, dopo averci passato dentro parecchio tempo.

Non è vero che non hai la risposta. È che la stai cercando nella direzione sbagliata.

Al computer in pausa pranzo, in macchina, con una banana in mano
Pausa pranzo in macchina. Usavo quei minuti per capire come riprendermi la mia vita.

L'ordine conta più dei passaggi

Se hai già letto qualcosa su questo tema, un paio delle cose che sto per dirti ti suoneranno familiari.


Guarda i tuoi valori. Fatti un piano. Capisci cosa vuoi davvero.


Le hai già sentite, e sospetto che tu ci abbia anche già provato. E sei ancora qui.


Quegli strumenti funzionano. Ma li hai usati nell'ordine sbagliato, e in quell'ordine non funzionano.


Ti dico i due modi in cui li ho sbagliati io, e sono opposti tra loro.

Il primo: partire dal piano.

Ti siedi e provi a decidere cosa fare, prima di aver stabilito dove stai andando. È come calcolare il percorso senza aver messo la destinazione.

Ti esce una lista di opzioni tutte ugualmente sensate e ugualmente vuote, non riesci a sceglierne una, e alla fine concludi che il problema è che non hai le idee chiare.


Stai chiedendo a un piano di dirti una cosa che un piano non può sapere.

Il secondo: mettersi ad aspettare la vocazione.

Il segnale, la passione, la chiamata. Leggi, fai test, ti fai domande. Passano i mesi.

È comodissimo. Non stai rischiando niente.

Sembra lavoro su di sé, e intanto non ti stai muovendo di un centimetro.


Ce n'è anche un terzo, ed è quello rumoroso: mollare tutto di colpo.

Quello non nasce da un ragionamento, nasce da una domenica sera particolarmente brutta, e di solito ti riporta nello stesso punto sei mesi dopo con meno soldi.


Quello che ho fatto io, dopo aver testato queste strade, va nella direzione opposta a tutti e tre.


Ho smesso di cercare in avanti una risposta che non avevo.
Sono partito dalla fine e ho camminato all'indietro.


Prima ho guardato dove ero davvero. Poi ho definito con precisione dove volevo arrivare.

E solo a quel punto ho costruito la strada che collegava le due cose, partendo dall'arrivo e retrocedendo fino a cosa dovevo fare il lunedì mattina dopo.


Ecco perché l'ordine non è un dettaglio organizzativo. È il metodo.


Ci siamo.

Partiamo con il primo punto.

Passaggio 1. Guarda dove sei, non dove vorresti essere

La domanda a cui risponde: cosa è rotto, esattamente?

Sta per primo per un motivo. Finché quella spia è accesa e basta, tu non stai risolvendo un problema. Ne stai cercando uno.
E se non sai cosa è fuori posto, qualunque cosa cambi la stai cambiando alla cieca.


Ti anticipo che questo passaggio ti sembrerà il meno utile dei cinque: sembra di stare a guardare una situazione che conosci già a memoria.


L'inganno è tutto lì. La conosci a memoria, ma non l'hai mai vista tutta insieme fuori dalla tua testa.


Io le mie aree le ho scritte, non pensate.

Nella testa quelle cose girano in cerchio e si difendono a vicenda, una giustifica l'altra e non arrivi mai in fondo. Sulla carta stanno ferme e si lasciano guardare.

L'esercizio

Sono due mosse, e ti consiglio di non farle la stessa sera. Ti dico dopo perché.

1. Le aree.

Scrivi tutte le aree che compongono la tua vita adesso.

Il lavoro, le relazioni, la salute, i soldi, i progetti che porti avanti per conto tuo, quello che fai quando non lavori.


Ti basterà pensare a tutte le cose che fai nel lavoro e nel tempo libero e incasellarle dentro delle macro aree che le racchiudono.


Se ti serve un modo ordinato di farlo, io l'ho fatto su Notion, configurandolo con il metodo PARA di Tiago Forte.

È nato per organizzare le note, ma per questo funziona bene perché ti costringe a separare i progetti che hanno una fine dalle aree che invece devi mantenere per sempre.

(inoltre ho utilizzato Notion per organizzare la mia vita intera e fare letteralmente il backup del mio cervello, ma questa è un'altra storia)

Le aree di vita mappate su Notion nell'agosto 2023
Il mio Notion, con le aree che avevo identificato ai tempi. Era il 10 agosto 2023 ed ero in un appartamento di quelli con la cucina ai piedi del letto e il bagno attaccato ai fornelli, a Londra per un weekend di fuga dalla realtà. Le aree che non si vedono erano finanza e lavoro.

La domanda da cui parti è banale, e proprio per questo funziona: cosa sto facendo, nella mia vita?

Scrivile tutte. Anche quelle che ti sembrano irrilevanti. Soprattutto quelle che ti imbarazzano un po'.


2. I valori.

Qui si apre un mondo.

Questa è la parte che decide tutte le altre, quindi non farla di corsa.


Ti fai una serie di domande e rispondi per iscritto. Non a mente. Per iscritto.


Queste sono le domande che ho usato io. Prendile e usale così come sono.


Cosa ti rende felice, e perché? Il perché conta più della cosa, quindi non fermarti alla prima riga.

Cosa ti rendeva felice a dieci anni, e perché? A dieci anni non stavi ancora scegliendo per far contento nessuno.

Perché stai facendo quello che stai facendo adesso? Rispondi davvero. Non con la risposta che daresti a un collega in pausa caffè.

Qual è l'ultima volta che ti sei commosso, e perché? Cerca di analizzare bene la situazione che ti ha portato a commuoverti, lì si nasconde sicuramente un tuo valore cardine che ha risuonato.

Cosa ti fa stare male, e perché?

Per cosa varrebbe la pena spendersi sul serio?

Cosa faresti se ti restassero dodici mesi di vita?

Chi chiameresti negli ultimi cinque minuti, e cosa gli diresti?


Rispondi lungo. Non cercare la risposta giusta, scrivi quella vera, quella che non diresti ad alta voce a cena. Nessuno leggerà questa roba, e se scrivi pensando che qualcuno potrebbe leggerla stai già rispondendo a lui invece che a te.


Quando hai finito, non hai ancora i tuoi valori. Hai il materiale grezzo da cui si estraggono.


Ora dovrai leggere le risposte e identificare il valore che trasuda dalle singole frasi.


Un esempio:

Che cosa ti rende felice e perché?
Viaggiare ed esplorare la natura perché mi fa sentire libero e rilassato.
Valore = Avventura


Una volta identificati per ogni frase, dovrai fare l'estrazione.

L'estrazione si fa così: rileggi tutto insieme, in una volta sola, e conta le parole che tornano.


Le tre o quattro più frequenti sono i tuoi valori. Non li stai scegliendo adesso, li stai scoprendo: erano già lì dentro prima che tu iniziassi a scrivere.


Nelle mie tornavano quattro parole: Libertà (avventura), Qualità (autenticità), Autorealizzazione (crescita), Espressione personale (creatività).

Tra parentesi i sottovalori che li compongono.


Non le avevo scelte io. Erano sparse ovunque, da anni, e non me n'ero mai accorto.


Ci sarebbe davvero molto altro da dire.

Se questa parte ti prende e vuoi andarci più a fondo di così, c'è un libro incredibile che mi ha aiutato parecchio ed è 86400 di Luca Mazzucchelli.

Ma per fare quello che ti ho appena scritto non ti serve comprare niente.


A questo punto incroci le due liste. Area per area, ti chiedi se lì dentro quei valori vengono rispettati o calpestati.


Non a metà, non "dipende". Rispettati o calpestati.


Mazzucchelli lo dice meglio di come lo direi io: è nella coerenza con i tuoi valori che trovi il sentiero per una vita significativa.

E il rovescio, che è la parte che mi ha aiutato di più: l'incoerenza tra quello che conta per te e quello che fai tutti i giorni è esattamente da dove nasce la sofferenza.

Cosa hai in mano a fine passaggio: la lista scritta delle tue aree di vita, la lista dei tuoi valori estratti per ricorrenza, e per ogni area la risposta se quei valori lì dentro vivono o vengono schiacciati.

L'errore che ti frega qui

Restarci dentro per sempre.


Te lo dico perché ci sono cascato: questo è il passaggio più comodo di tutti, perché somiglia tantissimo al lavorare su di sé senza doversi muovere di un centimetro.

Ci puoi stare mesi, tra pagine di diario, test online e liste rifatte da capo, con la sensazione piacevole di stare facendo qualcosa.


La diagnosi si fa una volta e si usa. Non si raffina all'infinito.


Sul non farle la stessa sera: le domande sui valori funzionano se hai la testa sgombra, e dopo un'ora passata a elencare tutto quello che non va nella tua vita non ce l'hai.


Una cosa da mettere in conto: i tuoi valori cambieranno. Questo esercizio non si fa una volta per sempre, si rifà quando senti che qualcosa si è spostato.

Ma rifarlo per non decidere è solo un altro modo di stare fermo.

Cosa vedi, e cosa non vedi ancora

Quando incroci le due liste ti succede una cosa che probabilmente non ti aspetti.


Potresti scoprire che non è tutto sbagliato.

Scopri che qualche area è più a posto di quanto pensassi, e che ce n'è una, quasi sempre una sola, che è completamente fuori posto e che stava sporcando il tuo giudizio su tutte le altre.


Il malessere quasi mai è ovunque. Sta concentrato in un punto, e da lì colora tutto il resto.


Nel mio caso passavo giornate intere dentro quattro mura seduto a una scrivania, con persone che limitavano la mia creatività e la mia crescita.

Valori soddisfatti? 0.

Non puoi andare avanti molto così credimi. Prima o poi la vita ti presenta il conto.


Mi segui?

Adesso sai cosa è rotto.


Ma sapere cosa è rotto non ti dice ancora dove devi andare. E finché non lo sai, qualunque cosa cambi la cambi spinto da quello da cui scappi invece che da quello verso cui vai.


Che è il motivo per cui il passaggio dopo non è "e adesso decidi cosa fare".

Passaggio 2. Decidi dove stai andando, nel dettaglio

La domanda a cui risponde: dove voglio arrivare, esattamente?

Sta qui, e non prima, per un motivo che ho capito tardi.


Se fai questo esercizio da fermo, senza aver guardato cosa nella tua vita ti sta calpestando, ti esce una fantasia. Una cosa carina da leggere e inutile da usare.


Se lo fai dopo il passaggio 1, ti esce una direzione.


Una sera mi sono seduto e ho scritto la mia giornata ideale, dall'apertura degli occhi fino a quando li richiudo. Ci ho messo venti minuti.

È la cosa che mi ha spostato di più in due anni, e la trovi in giro descritta come un esercizio da libro di crescita personale, il che secondo me è il motivo per cui quasi nessuno la fa davvero.

L'esercizio

Prendi il foglio.

Scrivi la tua giornata ideale, ora per ora, senza nessun vincolo.


Nessun vincolo vuol dire nessun vincolo. Non la giornata ideale compatibile con il tuo mutuo, con la tua età, con quello che sai fare adesso.

Quella con i vincoli la sai già scrivere, ed è esattamente il problema: è la tua vita di adesso con qualche miglioria.


Ti svegli. Dove sei? Cosa vedi appena apri gli occhi? C'è qualcuno? Cosa fai per prima cosa, e poi? Vai avanti così fino alla sera.


Scendi nei dettagli piccoli, che sono quelli che contano. Non "lavoro a un progetto mio", ma dove sei seduto mentre lo fai, a che ora hai iniziato, cosa hai fatto nelle due ore prima.


Un'avvertenza, perché è la trappola in cui è più facile cadere: se ti accorgi che stai scrivendo una giornata che potresti raccontare a cena senza nessun imbarazzo, la stai scrivendo per qualcun altro. Ricomincia.


Molto probabilmente troverai i tuoi valori soddisfatti all'interno di questa giornata e questo sarà l'ennesima prova del nove.

Poi mettila accanto alla tua giornata di oggi.


Adesso hai due giornate davanti. Quella che vivi e quella che vorresti vivere.


La differenza tra le due, punto per punto, non è più un malessere che non sai spiegare. È un elenco. Una mappa.

La mia giornata ideale, scritta a mano
La mia giornata ideale, scritta a mano.

Riesci a vedere come lentamente i pezzi si incastrano?

Continua a seguirmi, ti prometto che ne varrà la pena.

La parte che quasi nessuno fa

Fin qui è un esercizio commovente. Adesso lo rendiamo utile.


Ogni sera, prima di dormire, ti fai una domanda sola.

Quello che ho fatto oggi mi ha avvicinato, anche solo di un passo, a quella giornata?

Non "è stata una buona giornata". Non "sono stato produttivo". Non "ho lavorato tanto".


Avvicinato o no.


Le prime settimane la risposta sarà no quasi tutti i giorni, e va bene così. Serve proprio a quello: è la prima volta che misuri invece di sentire.

Una sensazione la puoi discutere all'infinito, un no ripetuto venti sere di fila no.


Questa domanda è la ragione per cui l'esercizio non resta una bella pagina in un cassetto.

Trasforma la giornata ideale da sogno a metro.

Cosa hai in mano a fine passaggio: la tua giornata ideale scritta ora per ora, l'elenco delle differenze tra quella e la giornata di oggi, e una domanda da farti ogni sera prima di dormire.

L'errore che ti frega qui

Scriverla una volta e non tornarci mai più.

La scrivi, ti emozioni, la salvi da qualche parte, e tre mesi dopo non ricordi nemmeno cosa avevi scritto.


Senza la domanda serale quella pagina è intrattenimento.


L'altro errore è aggiustarla verso il basso. Dopo qualche settimana in cui la risposta è sempre no, la tentazione è di riscrivere la giornata ideale in una versione più raggiungibile, così il no diventa un forse. Non farlo.

Il metro non si accorcia perché non ci arrivi.

Adesso arriva il panico

Hai la distanza scritta nero su bianco, e a questo punto succede una cosa piuttosto prevedibile.

Guardi quella distanza e pensi che per coprirla devi ribaltare tutto, subito. Mollo, riparto da zero, cambio città, cambio mestiere, cambio vita.


Fermati un attimo, perché è qui che la maggior parte dei danni si fa.


Quello che stai per fare, lo stai facendo perché ti avvicina a quella giornata, o solo perché ti allontana da oggi?

Ferma un attimo

So cosa stai pensando, più o meno, perché me lo sono detto anche io leggendo roba del genere.

"Non ho tempo per queste cose."


Le sette cose che ti chiedo stanno in quattro o cinque sere.
Non in un ritiro spirituale, non in un anno sabbatico.

Se ti sembrano tante non è per il tempo che costano, è perché le stai guardando tutte insieme adesso.

Una alla volta sono sere normali, di quelle che di solito passi a scrollare.

"L'ho già fatto e non è cambiato niente."

Probabile. Hai fatto dei pezzi, nell'ordine in cui li hai incontrati: un po' di valori da una parte, un test dall'altra, un piano l'anno scorso.

Ognuna di quelle cose da sola non fa niente, e non è colpa tua.
Il valore non sta nei pezzi, sta nella sequenza, e nessuno te la dà in ordine perché in ordine non si vende bene.


"Queste cose le so già."

Anche io le sapevo. Le sapevo benissimo, e sono rimasto fermo lo stesso per anni.

Quello che mi ha spostato non è stato saperle. È stato scriverle.

Finché una cosa sta nella tua testa può cambiare forma ogni volta che ti conviene, quando sta sulla carta smette di potersi difendere.


Se salti la parte in cui scrivi, questo pezzo è tempo perso per entrambi.

Sei a buon punto.

Conta che per arrivare a capire quello che ti ho raccontato fino ad ora ho impiegato diversi mesi.

Tu lo stai assimilando in meno di mezz'ora.

Passaggio 3. Scegli un mezzo, non la vocazione

La domanda a cui risponde: cosa faccio, concretamente, per coprire quella distanza?

Sta qui perché è il momento esatto in cui ti viene voglia di bruciare tutto, e serve qualcosa che disinneschi quella voglia senza spegnerla.


E qui torniamo alla cosa che ti ho detto all'inizio, adesso che ha il contesto per stare in piedi.

Non ti serve trovare la tua vocazione.

Non ti serve la cosa per cui sei nato, il talento nascosto, la chiamata.

Aspettarle è il modo più efficace che conosco per non muoversi mai.

Finché la cerchi hai una scusa perfetta e socialmente accettabile per restare dove sei.


Ti serve una cosa sola: un mezzo.


Anche noioso da raccontare a cena. Anche non definitivo. Una cosa in cui credi abbastanza da starci dentro per anni senza scappare al primo mese difficile, e che ti sposta di un millimetro al giorno verso quella giornata che hai scritto.


Uno solo. Non dieci.


Dieci mezzi ti danno esattamente zero costanza.

Come l'ho fatto io

Per anni il mio mezzo è stata la musica. (non sapevo ancora tutto questo)


Poi, grazie a questo percorso, conoscendo sempre di più me stesso, ha smesso di esserlo.

Le cose si sono evolute.


La mia giornata ideale non poteva diventare realtà se avessi continuato con la mia routine di tutti i giorni.


Quello che avevo imparato lì dentro se n'è venuto via con me, e lo uso tutti i giorni in cose che con la musica non c'entrano niente.

Tenere in piedi un progetto con dieci persone che tirano in direzioni diverse non è una competenza musicale, l'ho solo imparata suonando.


Il mezzo cambia. Quello che ti costruisce dentro resta.


C'è una frase che mi ha tolto un peso, e viene da Diventa chi sei, un libro di Emilie Wapnick: quando perdi interesse per una cosa, non hai fallito. Hai completato la missione. Hai assorbito tutto quello che potevi da quella situazione.


Se ti sei mosso spesso, se hai cambiato strada più volte, probabilmente ti sei raccontato di essere uno che non finisce le cose.

Ti dico come la vedo io: hai una collezione di mezzi usati, e ognuno ti ha lasciato qualcosa che adesso è tuo.

Come si sceglie

Quattro criteri, e devono valere tutti insieme.


Ti avvicina alla giornata che hai scritto.
Questo mezzo mi avvicina tutti i giorni anche solo minimamente alla mia giornata ideale?


È proporzionato a quella giornata.

Se nella tua giornata ideale c'è una villa a due piani su un'isola tropicale, quella villa ha un prezzo, e il prezzo richiede un certo flusso di denaro ogni mese, per anni.

A quel punto un mezzo che ti dà tanto senso ma che strutturalmente non può produrre quei numeri non ti ci porterà mai, per quanto tu ci creda.
Non è una questione di impegno o di merito, è aritmetica.


Se nella tua giornata ideale coccoli gattini morbidosi tutto il giorno (lo farei anche io) beh, difficilmente questo ti darà da vivere, quindi dovrai trovare un mezzo che sia compatibile con questo.


Non ti sto dicendo di scegliere il mezzo che rende di più.
Ti sto dicendo di verificare che il mezzo che hai scelto possa reggere il peso della vita che hai scritto.


E funziona anche al contrario, che è la parte che a me ha sorpreso di più.

Fai i conti e potresti scoprire che la giornata che vuoi costa molto meno di quello che ti eri immaginato, e che il numero che stavi inseguendo da anni non ti serviva.

Sarebbe un peccato scoprirlo dopo averci speso un decennio.


Ci puoi stare dentro per anni.
Non deve entusiasmarti tutti i giorni, deve reggere i giorni in cui non ti entusiasma per niente.

I valori qui vengono in aiuto.


Non è un forse.
Su questo Greg McKeown ha una regola che uso da anni: se non è un sì chiaro, è un chiaro no.

Se per convincerti ti serve lo schema dei pro e dei contro, la risposta te la sei già data e stai cercando di negoziarla.

Cosa hai in mano a fine passaggio: un mezzo, scritto, uno solo, con accanto due cose. La riga che spiega come ti avvicina alla giornata ideale, e il conto, anche grossolano, di quanto costa quella giornata al mese.

Cosa potrebbe andare storto

Sceglierne tre perché non riesci a rinunciare a due.


Lo capisco, l'ho fatto, e il risultato è che per un anno e mezzo ho avuto tre cose a metà invece di una che camminava.


L'altro errore è passare mesi a scegliere. La scelta perfetta non esiste e il tempo che spendi a cercarla è tempo in cui non stai testando niente.

Scegli quello che al momento è più chiaramente un sì e comincia.

Quello che direi a me stesso di tre anni fa

Non stai scegliendo per sempre.


Stai scegliendo per i prossimi anni, che è una cosa enormemente diversa, e io non l'avevo capita. Pensavo che scegliere volesse dire chiudere tutte le altre porte, e siccome chiudere le porte mi terrorizzava, non sceglievo.

Restare senza scegliere mi sembrava tenere aperte le possibilità.


Non stavo tenendo aperto niente. Stavo solo fermo, con la porta socchiusa, a prendere corrente.


Adesso hai un mezzo, e hai una direzione.

E se in questo momento stai pensando di andare domani mattina a dare le dimissioni, o comunque di fare una mossa grossa entro questa settimana, il passaggio dopo è scritto esattamente per te.


Ora il mio preferito!

Passaggio 4. Crea spazio

La domanda a cui risponde: tutto questo, quando lo faccio?

Se hai letto fin qui pensando "sì, però il tempo non ce l'ho", questo è il passaggio da risolvere prima di tutti gli altri, perché senza non fai nemmeno i primi tre.


Il tempo non te lo dà nessuno. Lo prendi dalla giornata che hai adesso.

Come l'ho fatto io

Mi alzavo prima.

Per avere un pezzo di giornata mio prima che iniziasse quella di tutti gli altri, e mettere me stesso come prima cosa invece che come ultima.


L'effetto che non mi aspettavo è stato questo: la giornata disallineata che mi aspettava è diventata quasi sopportabile.


Quando "timbravo il cartellino" alle 9 avevo già dedicato tre ore a me stesso, ai miei progetti, ad affilare la lama.


Ed è la parte che conta più di tutte, perché è quella che ti permette di non scappare.

Se hai già preso un pezzo di giornata per te, non hai bisogno di mollare tutto entro venerdì per sentirti vivo.

Puoi restare il tempo che serve a fare le cose per bene.

L'esercizio

Prendi del tempo dalla tua giornata di adesso e mettilo all'inizio, non alla fine.


Se lo metti alla fine ci arrivi svuotato, e dopo due settimane smetti convinto che non fa per te. Non era la cosa a non funzionare, era la posizione nella giornata.


E se all'inizio proprio non puoi, perché la tua giornata parte già alle cinque o perché hai qualcuno da accompagnare a scuola, allora prendilo in pausa pranzo, o in un altro buco che nella tua settimana esiste già.

Non è la mattina a essere magica.

Se hai davvero deciso di farlo, il momento lo trovi.

C'è in ballo la tua vita, non un corso di inglese.


In quel tempo fai due cose diverse, e servono entrambe.


La prima è il lavoro vero. Le pagine dei passaggi che hai letto qui sopra non si scrivono da sole: le aree, le domande sui valori, la giornata ideale, il piano.

Quel momento è dove succedono.

Senza uno spazio fisso restano cose che farai "quando hai tempo", e quel tempo non arriva.


La seconda è non fare niente. Niente cuffie, niente podcast, niente da imparare. Sembra tempo sprecato, e invece lì risale quello che durante il giorno tieni sotto perché non hai tempo di guardarlo.

La noia non è l'obiettivo, è un effetto collaterale del fare spazio, ed è un effetto che aiuta: le domande scomode e le risposte arrivano in quei minuti, non mentre corri.


Io ci ho messo dentro la meditazione, ho iniziato a settembre del 2023 e non ho più smesso. Ma va bene anche solo camminare, e per mesi ho fatto quello.

Seduto sulla riva di un fiume con il quaderno in mano
Uno di quei momenti. Nessuna cuffia, nessuno schermo, il quaderno lì per quando serve.

Poi mettilo sul calendario con un giorno e un'ora.

Uno spazio che esiste solo quando avanza non esiste.

Cosa hai in mano a fine passaggio: un momento fisso nella tua settimana, segnato come un appuntamento vero, in cui scrivi le cose dei passaggi precedenti e a volte non fai proprio niente. È l'unico dei cinque che non produce una pagina scritta, ed è la condizione perché gli altri quattro succedano davvero.


Adesso hai la testa per decidere, e hai smesso di avere fretta.


Ma una testa lucida senza un piano scritto produce solo pensieri migliori, e i pensieri migliori restano dove stanno.


Datti una pacca sulla spalla per essere arrivato fin qui.

La tua soglia dell'attenzione è davvero rara!

Manca poco, giuro.

Passaggio 5. Scrivi il piano al contrario

La domanda a cui risponde: come ci arrivo, a partire da lunedì mattina?

Sta per ultimo, e adesso capisci perché all'inizio ti ho detto che l'ordine è il metodo.


Se avessi iniziato da qui, come probabilmente hai già fatto almeno una volta, avresti prodotto una lista di intenzioni senza destinazione.

Adesso invece hai un punto di arrivo scritto ora per ora, sai cosa nella tua vita lo sta bloccando, e hai scelto con cosa vuoi coprire la distanza.


Il piano a questo punto non è un atto di fantasia. Verrà molto più naturale.

L'esercizio

Tra quanti anni avrai raggiunto quella giornata? Fissa il limite.

Solitamente lo si mette tra i cinque e i dieci anni, ma dipende dalla situazione di partenza e da quella di arrivo.


Poi prendi la giornata ideale e cammina all'indietro.


Cinque anni.
Perché la tua vita assomigli a quella giornata, come devono stare le cose fra cinque anni? Dove vivi, con che mezzo ti mantieni, quanto entra ogni mese, come sono fatte le tue giornate. Scrivilo al presente, come se ci fossi.


Sei mesi.
Se fra cinque anni deve essere così, dove devi essere fra sei mesi perché quella cosa sia ancora possibile? Questo è il livello in cui si smette di sognare, e per questo è il più scomodo da scrivere.


Questa settimana.
Qual è la cosa che devi fare nei prossimi sette giorni. Una, non dieci.


Sul breve periodo il piano deve essere noioso e verificabile: una cosa precisa, con un numero e una data, di cui sabato sera puoi dire se l'hai fatta o no.

Non "lavorare al progetto". Una cosa che ha una fine.


Napoleon Hill lo dice in modo brutale ed è una delle poche cose da manuale che ho trovato davvero utili: un piano che non ha dentro una cifra e una scadenza non è un piano, è un desiderio scritto meglio.


(Se sei una persona ossessiva e malata come me puoi anche farti il piano per ogni anno con tutti gli obiettivi che ti portano in modo incrementale alla tua giornata ideale.)


Se tra sei anni vorrai fare l'insegnante di yoga in Sud America e oggi fai la hostess per una compagnia aerea in Italia, dovrai prima di tutto imparare a fare yoga: domani seguirai la tua prima lezione, tra due anni prenderai una certificazione e tra quattro inizierai a esplorare il panorama immobiliare sudamericano.
(Ho sparato davvero a caso)


Sarà molto più dettagliato di così, ovviamente. Ma credo di aver reso l'idea.

Il paracadute

Adesso riprendi il conto che hai fatto nel passaggio 3, quello di quanto costa al mese la giornata che hai scritto.


Ti serve per rispondere all'unica domanda che rende un cambiamento una cosa preparata invece che un salto nel buio: per quanti mesi puoi reggere se le entrate si fermano?


Il calcolo è più semplice di quanto la paura lo faccia sembrare.
Metti insieme quanto ti costa vivere ogni mese davvero, non quanto pensi che ti costi.

Guarda quanto hai da parte. Aggiungi quello che ti spetta e che magari non hai considerato.


Il risultato è un numero di mesi. Quello è il tuo paracadute.


Se quel numero ti spaventa, hai appena scoperto qual è il tuo primo obiettivo dei sei mesi, e non era quello che pensavi.


Una cosa importante, perché non voglio che ti si stringa il campo: qui non ti sto dicendo di licenziarti.

Il cambiamento che hai in mano può essere qualsiasi cosa.

Cambiare città, ridurre le ore, chiudere un rapporto che ti costa, iniziare una cosa la sera per due anni prima di toccare il resto.

Il paracadute serve identico in tutti questi casi, perché serve a fare in modo che se qualcosa va storto non salti tutto.

La data

Ultima cosa, ed è quella che trasforma il piano in una cosa che succede.

Metti una data sul calendario.

Non "prima o poi". Non "quando sarò pronto", perché pronto non ti ci senti mai, ed è normale: la sensazione di essere pronto arriva dopo, se arriva.

Un giorno segnato, con una stagione dentro, che puoi guardare.

L'evento sul calendario per la data delle dimissioni
L'evento che mi ero segnato sul calendario, quello che segnava la mia nuova vita. Non è un consiglio a licenziarti: era il mio modo per rendere reale una data, perché il cambiamento che dovevo affrontare io era quello. Il tuo può essere completamente diverso, il principio della data segnata resta lo stesso.

Cosa hai in mano a fine passaggio:
il piano su tre orizzonti, cinque anni, sei mesi e questa settimana, con la cosa di questa settimana scritta in modo verificabile. Più il numero di mesi del tuo paracadute e una data sul calendario.

Attenzione

Non perderti a scrivere il piano perfetto.

Il tuo piano è sbagliato. Non "potrebbe essere", lo è, come lo era il mio, perché è fatto con le informazioni che hai adesso e fra sei mesi ne avrai altre.

Funziona così. Serve a darti una direzione da correggere, non un binario da percorrere.


L'errore vero è un altro, ed è smettere quando il piano si rompe. Un piano che non funziona non ti dice che l'obiettivo era sbagliato.

Ti dice che quel piano era sbagliato.

Ne scrivi un altro, con dentro quello che nel frattempo hai imparato, e riparti dalla settimana.


Ho riscritto il mio parecchie volte. Quello che non ho più fatto, dopo il 2023, è stare senza.


Adesso torna indietro a guardare tutto quello che hai in mano.

Quello che hai adesso

Se hai fatto tutti e cinque i passaggi, sul tuo tavolo ci sono sette cose che tre settimane fa non esistevano.

  1. La mappa delle aree della tua vita, fuori dalla tua testa.
  2. I tuoi valori, tirati fuori contandoli, non scelti perché suonavano bene.
  3. La tua giornata ideale, scritta ora per ora.
  4. La domanda che ti fai ogni sera prima di dormire.
  5. Un mezzo. Uno solo, con accanto quanto costa al mese la vita che hai scritto.
  6. Il piano su tre orizzonti: cinque anni, sei mesi, questa settimana.
  7. Il numero di mesi del tuo paracadute, e una data sul calendario.


Nessuna di queste sette cose si fa in dieci minuti, e tutte insieme sono parecchio lavoro.

Te l'avevo detto all'inizio, e adesso lo vedi.


Ti dico anche l'altra parte, però.


A me è servito circa un anno per averle tutte e sette davvero in mano, e un altro per fidarmi abbastanza da usarle.

E soprattutto ho passato infinite ore a leggere libri e a riflettere.

Non c'era nessuno che mi ha presentato tutto in ordine in questo modo.

Spero che ne apprezzerai il valore.

Ci siamo.

Lo schema, così non devi tornare a rileggerti tutto

Hai appena letto qualche migliaio di parole.

Fra tre settimane, quando sarai al passaggio 3 e non ti ricorderai più cosa veniva dopo, non avrai nessuna voglia di rimetterti a cercare il punto in mezzo a tutto questo.

Quindi te lo lascio in una pagina sola. Fanne uno screenshot, stampalo, mettilo dove tieni il foglio.

1. Le aree e i valori
Fai: scrivi tutte le aree della tua vita. In un'altra sera rispondi per iscritto alle sette domande, rileggi tutto insieme e conta le parole che tornano. Poi incrocia le due liste, area per area.
Ottieni: dove sei davvero, e quale area ti sta calpestando.
Non: restarci dentro per mesi a raffinare. La diagnosi si fa una volta e si usa.

2. La giornata ideale
Fai: scrivi la tua giornata ideale ora per ora, senza nessun vincolo, dalla sveglia alla sera. Mettila accanto a quella di oggi. Da stasera, ogni sera, chiediti se la giornata appena passata ti ha avvicinato di un passo a quella.
Ottieni: una destinazione precisa, la distanza da coprire, e un metro per misurarti ogni giorno.
Non: scriverla e non tornarci mai più, o abbassarla per farla sembrare raggiungibile.

3. Il mezzo
Fai: scegli una cosa sola con cui coprire quella distanza. Verifica che ti porti verso la giornata ideale, che regga i suoi costi, che tu ci possa stare dentro per anni, e che sia un sì chiaro.
Ottieni: una direzione concreta, e il conto di quanto costa al mese la vita che vuoi.
Non: cercare la vocazione, sceglierne tre, o passare mesi a decidere.

4. Lo spazio
Fai: prendi del tempo dalla giornata che hai adesso e mettilo all'inizio, o dove riesci. Segnalo sul calendario. Lì dentro scrivi le cose dei passaggi sopra, e ogni tanto non fare niente.
Ottieni: il posto in cui tutto il resto succede davvero, e la lucidità per non decidere di corsa.
Non: usarlo per rimandare all'infinito.

5. Il piano a ritroso
Fai: parti dalla giornata ideale e cammina all'indietro. Cinque anni, sei mesi, questa settimana. Calcola per quanti mesi reggi se le entrate si fermano. Metti una data.
Ottieni: la prima cosa da fare nei prossimi sette giorni, un paracadute misurato, e una scadenza vera.
Non: scrivere il piano perfetto, o smettere quando il piano si rompe. Se ne scrive un altro.

Ricorda: l'ordine non è decorativo.

L'ultima cosa, ed è quella onesta

Capire cosa fare è la parte facile, e l'hai appena fatta gratis.


La parte difficile viene dopo, e nessuno schema te la copre.


È la settimana in cui la risposta alla domanda serale è no per la quinta volta di fila.

È il mese in cui il piano si rompe e ti sembra la prova che non eri portato.

È il momento in cui qualcuno a cena ti chiede cosa stai facendo della tua vita e tu non hai ancora una risposta che stia in una frase.


Quella parte non si spiega. Si racconta, e serve qualcuno che l'abbia attraversata prima di te e che te lo dica mentre la stai attraversando.


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Ti scrivo una lettera a settimana, e dentro c'è nel dettaglio come ho affrontato io queste stesse cose.

Cosa è successo davvero in questi anni, gli errori che ho pagato per intero e le cose che ho capito troppo tardi.


Nessuno ti presta la sua esperienza gratis. Di solito ognuno paga la propria.


Io ho già pagato la mia. Se ti va, te la presto.

Gratuitamente.


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